Arresti domiciliari? Niente Facebook

Così ha deciso la cassazione, che ha mandato in carcere revocando gli arresti domiciliari a due soggetti che avevano comunicato tramite Facebook, violando il divieto che gli era stato imposto di non comunicare o interagire con persone diverse dai familiari conviventi.

La concorde giurisprudenza della Cassazione è infatti orientata a consentire l’utilizzo di internet a chi è agli arresti domiciliari, ma non l’uso dei Social con cui possono mettersi in contatto con altre persone.

 

Tra marito e moglie c’è la privacy?

Secondo il Tribunale di Roma no. Se il coniuge lascia incustodito il cellulare, l’altro può leggere, sms e chat alla ricerca di un suo tradimento per usare le prove ai fini di ottenere l’addebito della separazione.

Questa sentenza che ha cambiato rotta rispetto alle precedenti, parte dal presupposto che la privacy, la cui violazione è un reato, è affievolita tra i coniugi, perché abitando sotto lo stesso tetto, è naturale condividere le stesse cose, tra cui c’è anche il cellulare, anche se non viene espressamente autorizzato. La convivenza porta ad una specie di tacita manifestazione di consenso ai dati dell’altro, anche se personali. Quindi via libera alla ricerca di prove contro il fedifrago che lascia il cellulare incustodito in un ambiente comune dell’abitazione familiare. La relazione di convivenza sotto lo stesso tetto, porta ad un’implicita manifestazione di consenso che può far venire in contatto “casualmente” con in formazioni e comunicazioni personali. A meno che non ci sia una password….