Addio al mantenimento rapportato al tenore di vita!

Grande rivoluzione o sentenza scellerata?

Non mancheranno le fazioni per questa sentenza, che vedrà da un lato chi è tenuto a versare l’assegno divorzile dall’altra chi invece deve riceverlo.

Da qualsiasi parte ci si collochi certo è che la sentenza del 10 maggio 2017, sarà tra le più discusse della storia del diritto. Dall’entrata in vigore della legge sul divorzio, L. 598/1970, il diritto all’assegno divorzile viene riconosciuto in seguito all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze. Il parametro al quale da ormai 27 anni veniva rapportato l’entità dell’assegno era “il tenore di vita goduto durante il matrimonio”. La Cassazione con la sentenza del 10 maggio 2017, ha stabilito che il metro a cui far riferimento è “l’indipendenza o l’autosufficienza economica”. La Corte di Cassazione, ha ritenuto che il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio non sia più un criterio corrispondente alle mutate condizioni economico-sociali. Questo vuol dire che da adesso in poi passeranno ai raggi X, i redditi, i beni, la disponibilità di una casa, ma anche le capacità lavorativa effettiva o potenziale, di chi chiede l’assegno divorzile. La Cassazione ritiene che il matrimonio non sia una “sistemazione” di vita, ma una scelta autoresponsabile, un atto di libertà, e se va male si torna single, non solo come status personale ma anche economicamente. Non si potrà più contare su un assegno divorzile che assume i connotati di una rendita. Anche perché le obiezioni mosse, spesso, sono quelle secondo cui il versamento di un assegno divorzile ostacola la possibilità di costituire una nuova famiglia e questa è una violazione del diritto garantito a rifarsi una vita.

Solo le decisioni dei Tribunali proveranno se questa sarà, come si ritiene, una svolta epocale, oppure un caso isolato! È proprio il caso di dire: tanti auguri!

Scusi, posso andare in bagno?

I pubblici esercizi sono obbligati ad avere un bagno. Se questo è risaputo, meno nota è la risposta alla domanda: posso usare il bagno di un bar senza essere obbligato ad ordinare una consumazione? A chi non è capitato di trovarsi in una “emergenza bagno”? Ebbene, se ho già fatto colazione, è presto per l’aperitivo o per il pranzo, devo per forza consumare qualcosa di cui non ho bisogno per usare i servizi igienici?

Partiamo dall’inizio: gli esercenti di un esercizio pubblico sono obbligati per legge ad avere un bagno funzionante. Se un cliente dopo avere consumato al bar chiede di andare in bagno, il gestore non si può rifiutare senza giustificato motivo, e l’unico motivo a ben vedere che giustifichi il diniego all’accesso al servizio è che sia occupato, o sia stato intasato immediatamente prima, se così non fosse, si ha diritto a chiamare i vigili che intervenendo, verificano la situazione e sanzionano con una multa il gestore. Ma se non consumo nulla, c’è un obbligo giuridico del gestore a far utilizzare il bagno? La risposta è no. Nessun obbligo di legge gli impone di far utilizzare i servizi senza consumazione. Se lo fa è per sua mera gentilezza che magari verrà ripagata fermandosi dopo ad ordinare un caffè, un succo di frutta o un aperitivo, visto che ormai non c’è più “l’urgenza”. L’unica cosa che il gestore non può fare è chiedere soldi per far utilizzare i servizi. Se infatti è vero che la difesa dei gestori a non far utilizzare la toilette a chiunque è che loro consumano acqua, carta, sapone, è anche vero che se devo pagare per utilizzare il bagno questo deve splendere, cosa che non sempre accade. Il consiglio è: quando sapete di stare in giro …bevete poco!!