Pernottamento figli piccoli dal padre

Capita sempre più di frequente, che nelle separazioni, viene chiesto dal padre di avere i figli non solo durante il giorno ma anche a dormire, anche quando sono piccoli. A questa richiesta si oppone sempre, o quasi sempre il rifiuto della madre, con la giustificazione che il figlio è piccolo, e non può dormire solo con il padre.

La parità di doveri e diritti, nei confronti dei figli, oramai è totale. I padri, a differenza degli anni passati, sono in grado di occuparsi dei figli, come, ed a volte di più delle madri. Questa non è più solo un’opinione popolare che ha preso piede. La legge non prescrive un’età dalla quale i figli possono dormire con il padre, ma la Giurisprudenza è andata verso un’apertura sempre maggiore. Il Tribunale di Milano con una recente sentenza, ha affermato che la “genitorialità si apprende facendo i genitori”. E’ un luogo comune ed un pregiudizio che il padre non sia in grado di occuparsi del figlio molto piccolo.

In un caso di separazione con figlia di due anni, il Tribunale, ha stabilito, che la figlia poteva dormire con il padre.

E’ la madre che deve dimostrare l’incapacità del padre ad accudire il figlio piccolo, non si può darlo per scontato. Ovviamente ogni caso è a sé, ed è il buon senso dei genitori che deve fare il proprio lavoro, quello di cogliere segni di disagio ed assecondare il desiderio del bambino di stare con la mamma o con il papà quando lo chiedono.

Assegno divorzile addio ”per sempre”?

Non c’è pace per l’assegno di mantenimento! Una delle cose meno tollerate dopo la fine di un matrimonio è quella del versamento di un assegno di mantenimento (divorzile) per il coniuge più debole. Dopo aver abbandonato il criterio del tenore di vita goduto durante il matrimonio, ci penserà ora la nuova legge, che se verrà approvata, porterà un’ulteriore colpo di scure sull’assegno di divorzio. Cosa cambia? Il Tribunale dovrà valutare, per concedere l’assegno di mantenimento, alcuni elementi, ad esempio: la durata del matrimonio; le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi verranno a trovarsi dopo il divorzio; l’età e lo stato di salute di chi chiede l’assegno di mantenimento; il contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni.

Un’altra novità importante è data dalla fine della parola per sempre. La legge prevede che il giudice può decidere un assegno a tempo. Cosa significa, che nel caso in cui la capacità reddituale del coniuge che chiede l’assegno è dovuta a situazioni contingenti e superabili, il giudice ne fissa un termine. L’assegno inoltre non è dovuto in caso di nuove nozze, di unione civile o anche solo di stabile convivenza. E nel caso queste relazioni finissero l’assegno non rivive. Queste regole varranno anche per i procedimenti che sono in corso quando la legge entrerà in vigore. Attenzione quindi alle decisioni che prendete e seguite l’approvazione della legge!

Addio al mantenimento rapportato al tenore di vita!

Grande rivoluzione o sentenza scellerata?

Non mancheranno le fazioni per questa sentenza, che vedrà da un lato chi è tenuto a versare l’assegno divorzile dall’altra chi invece deve riceverlo.

Da qualsiasi parte ci si collochi certo è che la sentenza del 10 maggio 2017, sarà tra le più discusse della storia del diritto. Dall’entrata in vigore della legge sul divorzio, L. 598/1970, il diritto all’assegno divorzile viene riconosciuto in seguito all’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi economici del coniuge economicamente più debole per far fronte alle proprie esigenze. Il parametro al quale da ormai 27 anni veniva rapportato l’entità dell’assegno era “il tenore di vita goduto durante il matrimonio”. La Cassazione con la sentenza del 10 maggio 2017, ha stabilito che il metro a cui far riferimento è “l’indipendenza o l’autosufficienza economica”. La Corte di Cassazione, ha ritenuto che il parametro del tenore di vita goduto durante il matrimonio non sia più un criterio corrispondente alle mutate condizioni economico-sociali. Questo vuol dire che da adesso in poi passeranno ai raggi X, i redditi, i beni, la disponibilità di una casa, ma anche le capacità lavorativa effettiva o potenziale, di chi chiede l’assegno divorzile. La Cassazione ritiene che il matrimonio non sia una “sistemazione” di vita, ma una scelta autoresponsabile, un atto di libertà, e se va male si torna single, non solo come status personale ma anche economicamente. Non si potrà più contare su un assegno divorzile che assume i connotati di una rendita. Anche perché le obiezioni mosse, spesso, sono quelle secondo cui il versamento di un assegno divorzile ostacola la possibilità di costituire una nuova famiglia e questa è una violazione del diritto garantito a rifarsi una vita.

Solo le decisioni dei Tribunali proveranno se questa sarà, come si ritiene, una svolta epocale, oppure un caso isolato! È proprio il caso di dire: tanti auguri!