I nonni sono obbligati a mantenere i nipoti?

Si!

Dall’ordinanza della Cassazione del 16 luglio cosi parrebbe. Ma andiamo con ordine, potrebbe non essere così come sembra. L’obbligo di mantenere i figli spetta ai genitori. Se uno di due non lo fa, cosa succede? Prima di tutto l’altro genitore può fargli causa per il mantenimento ed ottenere quanto spetta ai figli, se invece non può contribuire perché non può o non vuole, è l’altro genitore che si deve fare carico con tutto il suo patrimonio e tutta la propria capacità lavorativa. SOLO, e dico solo, nel caso in cui il genitore non riesce a mantenere i figli, può rivolgersi ai nonni, (cioè ai genitori) del genitore che non contribuisce. Ovviamente sono dei casi non molto frequenti, in quanto l’esperienza ci dice che normalmente i nonni sono molto generosi con i nipoti. Tuttavia possono esistere dei casi in cui è necessario doversi rivolgere al Tribunale per “costringere” i nonni a contribuire al mantenimento dei nipoti. Quello che ci interessa sapere è cosa dice il diritto, non cosa dice la coscienza. Effettivamente il diritto lo prevede, con le dovute limitazioni, in particolari condizioni, ma lo prevede, l’obbligo esiste.

Viva i nonni!!

Padre separato e visite ai figli in tempi di corona virus.

In questo particolare periodo storico, tutti i clienti di cui ho trattato le cause di separazione o divorzio, definite o in corso, mi hanno telefonato per sapere come comportarsi con le visite ai figli. Visto l’interesse di questo argomento facciamo un po’ di chiarezza.

Inizialmente non era prevista nessuna limitazione a vedere i figli, conviventi con l’altro genitore, secondo le condizioni stabilite nella separazione o divorzio. Era una delle eccezioni all’uscire di casa. Ciononostante fin da subito sono emersi problemi, soprattutto dopo la limitazione ad uscire dal Comune di residenza per andare in un altro Comune.

Tra i vari DPCM che si sono succeduti per adattarsi alla situazione così come si modificava, vige attualmente

“il divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un Comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

Ed e qui che sorge il problema della gestione delle visite ai figli del genitore non convivente.

Teniamo conto che il buon senso è quello che prevale sempre in queste situazioni, e ci si augura di arrivare a decisioni concordate che tengano conto delle varie situazioni in cui ogni famiglia si trova, purtroppo l’esperienza ci insegna che il buon senso viene molto spesso a mancare.

Sono intervenuti i vari Tribunali con decisioni tra di loro diverse, in base anche alla settimana in cui tali decisioni venivano adottate. 

I Tribunali di Bari, Lecce, hanno ammesso la sospensione delle visite ai figli, indicando però di favorire ed incrementare con i moderni strumenti, videochiamata, skype, la frequentazione con il genitore non collocatario.

Questo perché, i DPCM emanati, con limitazioni alla circolazione ed agli spostamenti, hanno l’importante scopo di contenere il contagio, ciò comporta un sacrificio da parte di tutti, minori compresi.

Queste decisioni, in realtà son in contrasto con quelle delle linee guida del Governo, sono però giustificati dal fatto che i diritti in gioco sono diversi, se da un lato c’è il diritto alla frequentazione del figlio, dall’altro c’è anche il dovere del genitore di tutelare la salute del figlio. I genitori vivendo separati hanno relazioni con persone diverse e quindi il rischio di contagio per il figlio aumenta. C’è poi anche il diritto alla salute pubblica riconosciuto dall’art 32 della Costituzione sulla cui base sono stati emanati i DPCM a tutela dei cittadini e per contenimento della pandemia.

In conclusione, il buon senso e una decisione condivisa, che tiene conto in via principale della salute dei figli, risolve il problema, senza necessità di rivolgersi ai Tribunali per far emettere decisioni, soprattutto in un periodo così modificabile da una settimana all’altra. Per il DPCM del 22.03.2020 clicca qui.

Assegno divorzile addio ”per sempre”?

Non c’è pace per l’assegno di mantenimento! Una delle cose meno tollerate dopo la fine di un matrimonio è quella del versamento di un assegno di mantenimento (divorzile) per il coniuge più debole. Dopo aver abbandonato il criterio del tenore di vita goduto durante il matrimonio, ci penserà ora la nuova legge, che se verrà approvata, porterà un’ulteriore colpo di scure sull’assegno di divorzio. Cosa cambia? Il Tribunale dovrà valutare, per concedere l’assegno di mantenimento, alcuni elementi, ad esempio: la durata del matrimonio; le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi verranno a trovarsi dopo il divorzio; l’età e lo stato di salute di chi chiede l’assegno di mantenimento; il contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni.

Un’altra novità importante è data dalla fine della parola per sempre. La legge prevede che il giudice può decidere un assegno a tempo. Cosa significa, che nel caso in cui la capacità reddituale del coniuge che chiede l’assegno è dovuta a situazioni contingenti e superabili, il giudice ne fissa un termine. L’assegno inoltre non è dovuto in caso di nuove nozze, di unione civile o anche solo di stabile convivenza. E nel caso queste relazioni finissero l’assegno non rivive. Queste regole varranno anche per i procedimenti che sono in corso quando la legge entrerà in vigore. Attenzione quindi alle decisioni che prendete e seguite l’approvazione della legge!

Separazione: il marito o la moglie che si separano hanno il diritto di avere i documenti fiscali del coniuge.

Si sa, uno dei punti più discussi in una separazione è il fantomatico assegno di mantenimento. Siccome per la quantificazione è necessario basarsi sui redditi dei coniugi, come si fa a dimostrare quali sono questi redditi se uno dei due non li produce volontariamente? Fino ad ora non era così semplice. E’ venuto in aiuto il Tar della Campania che con la sentenza 5763/2018, ha stabilito il diritto del coniuge di avere informazioni sui redditi dell’altro. Ad esempio si può chiedere all’Agenzia delle Entrate, la dichiarazione dei redditi, un contratto di locazione a tersi, insomma tutti i rapporti finanziari del coniuge che si possono rilevare all’Anagrafe tributaria.

Per la sentenza clicca qui.

https://www.dirittoaccesso.it/sentenze/anno/2018/id/787

 

Ti dichiari separata su facebook? Scatta il risarcimento al coniuge.

Il Tribunale di Torre Annunziata, con una recentissima sentenza, ha condannato la moglie a pagare al marito un risarcimento di 5.000 euro. La donna, oltre ad avere reso pubblica la propria relazione extraconiugale, sul profilo facebook si è attribuita lo “status di separata” quando invece non era ancora intervenuta la separazione. Secondo il Tribunale la signora in questione, ha gravemente offeso la dignità è la reputazione del marito con il proprio comportamento, mostrandosi in pubblico con un altro uomo che presentava come suo fidanzato e dichiarandosi separata.

Animale domestico, a chi va in caso di separazione?

Di sempre maggior attualità è il problema dell’affidamento dell’animale domestico in caso di separazione.  Ad essere contesi non sono più solo i figli, ma anche cane, gatto, o altro animale di compagnia.

Il codice civile dedica un articolo agli animali domestici, stabilendo che, nell’ambito di una separazione, in caso di disaccordo tra le parti, indipendentemente dalla comunione o separazione dei beni e dalla proprietà dell’animale, è il Tribunale che, sentiti i coniugi o i conviventi, interpellando se il caso anche un esperto di comportamento animale, a decidere a chi l’animale sarà affidato. Ricordiamo che l’animale domestico è un bene mobile registrato, avrà un suo microchip che dichiarerà anagraficamente chi è il suo proprietario. Tuttavia in caso di separazione, la proprietà dell’animale non determinerà la scelta sull’affidamento, che ricadrà in via esclusiva o condivisa sul soggetto che maggiormente garantirà il benessere dell’animale. Anche i Tribunali si sono espressi allineandosi al codice civile, ultimamente una rivoluzionaria sentenza del Tribunale di Cremona ha garantito ad entrambi i coniugi di occuparsi congiuntamente del loro cane e dividersi al 50% le spese per il mantenimento.

Si tratta di una vera svolta per cui si potrà ora parlare di affidamento condiviso oltre che per i figli anche per gli animali di casa.

 

Mantenimento dell’ex coniuge. Sei disoccupato ma hai un’immobile? Paghi il mantenimento.

Il mantenimento ha la funzione di garantire al coniuge economicamente più debole un tenore di vita uguale a quello goduto durante il matrimonio. Il mantenimento non è dovuto se i coniugi hanno redditi uguali oppure se sono entrambi disoccupati. Ma attenzione, anche se sei disoccupato ma hai la proprietà di un’immobile sarai tenuto al mantenimento. Lo ha stabilito ieri la Cassazione. Non basta non avere redditi per evitare di pagare il mantenimento, è sufficiente avere anche solo una casa, o un terreno, che questo consente al Giudice di fissare un mantenimento per l’ex.

 

Tradisci su Facebook? Scatta l’addebito in caso di separazione

La voglia di voler esternare una relazione con aggiunta di foto e dichiarazioni può costare cara. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma. Se vieni beccato a tradire su Facebook ciò è motivo per vedersi addebitare la separazione. Questo perché le immagini pubblicate sul social network rappresentano una grave offesa alla dignità del consorte, legittimato a chiedere l’addebito della separazione.