WhatsApp e minori

Quale sia la chat più usata in assoluto è superfluo chiederselo: ovviamente whatsApp! Però, sebbene di dominio comune, non bisogna dimenticare, che, ogni strumento per quanto utile, se usato male può creare problemi.

Il Tribunale di Caltanisetta è intervenuto per un caso in cui un minorenne, tramite whatshapp, molestava una compagna, tanto da provocare nella ragazzina, stati di ansia e paura costringendola a dovere cambiare le proprie abitudini di vita.

E’ inutile nascondersi la testa sotto la sabbia. Gli strumenti telematici hanno una diffusione tale che non possono essere fermati (se non bloccandoli a monte), ma siccome è tutelata anche la libertà di pensiero, di comunicazione delle proprie idee, come si fa a far in modo che questi diffusissimi strumenti non vengano utilizzati per creare danno ad altri, o se stessi?

A chi viene dato il ruolo di vigilare sui ragazzi e su come usano, il mondo internet, in primo luogo le chat? Ovviamente ai genitori!

Questo rientra nel compito di istruire ed educare i figli. Sono i genitori che devono fornire un’educazione adeguata di questi mezzi di comunicazione, e vigilare successivamente sul corretto utilizzo.

Lo scopo è duplice: tutelare il minore dall’essere vittima dell’abuso di internet e chat da parte di terzi, ma anche evitare che sia lo stesso minore a causare danni a terzi (ad esempio con invio di insulti, minacce, molestie) od a sé stesso (ad esempio facendosi foto, video compromettenti che invia ad amici che li fanno circolare).

Questo dovere di educazione e vigilanza dei genitori si deve svolgere nella nella limitazione sia quantitativa che qualitativa di questo potente mezzo di relazione, affinché venga usato in modo adeguato da parte dei minori.

E ricordate ragazzi: quello che viene diffuso su internet, sulle chat, lì rimane, prima o poi lo si ritrova.

#whatsapp #internet #socialmedia #correttouso #responsabilitagenitori #minori #molestie

Condominio: cosa fare se un condòmino è positivo al Covid-19?

In questo momento di grande apprensione per la situazione di pandemia, ho avuto molte domande di Condòmini preoccupati sul da farsi nel caso di un positivo al Covid-19 nel loro complesso immobiliare.

Chiaro è che questo problema è maggiormente sentito in Città dove i condomìni sono diventati anche supercondomìni, costituiti da numerosi appartamenti anche 100. In questi casi, nella moltitudine del panorama umano, tutti diversi uno dall’altro, ognuno reagisce a modo proprio, ognuno con le proprie paure, ed è così che, occupandomi di diritto condominiale ho ricevuto molte richieste di informazioni su cosa “possa” o “debba fare” il condòmino positivo.

Certo non lo si può cacciare dal condominio, è stata la mia risposta! Scherzi a parte, cosa fare, o meglio cosa è obbligato a fare?

Chiariamo: il condòmino positivo non ha alcun obbligo di informare l’amministratore, (domanda cuore dei condòmini).

Il suo compito è quello di seguire le linee guida sanitarie, le prescrizioni dell’ASL, l’isolamento, la quarantena, ma non di doverlo comunicare all’amministratore.

Se decidesse volontariamente di comunicarlo all’amministratore, egli è tenuto a non divulgarlo a nessuno. Potrà semmai solo dire che nel condominio c’è un soggetto positivo al Covid, ma senza dire di chi si tratta.

Studio legale Boscia mantenimento figli maggiorenni

Bamboccioni attenzione! Mantenimento figli maggiorenni.

Finite le vacanze è arrivato il momento di informarci sulle “decisioni” prese dalla Cassazione in questo periodo; non vorremmo perderci qualcosa di importante! 

Tempi duri per i figli maggiorenni.

Giá nel 2018, una sentenza di Tribunale aveva deciso la mancanza del diritto di rimanere a casa dei genitori del figlio 34 enne. 

La Cassazione che non riposa mai, con un’ordinanza di “ferragosto”   ha ulteriormente precisato i limiti entro cui il figlio maggiorenne “convivente” può continuare a ricevere il mantenimento dai genitori. 

È risaputo che i genitori sono tenuti a mantenere i figli minori ed i figli maggiorenni che continuano a studiare. 

Sempre più spesso (complice anche le maggiori difficoltà delle famiglie), mi viene chiesto cosa succede invece dopo il percorso di studi. La risposta non era immediata e facilissima, bisognava tenere in conto tutta una serie di circostanze, ma ora si può dire qualcosa più preciso.

La Cassazione ha stabilito che una volta terminato il percorso formativo scelto (scuola secondaria, Università, corso di formazione professionale…), il figlio maggiorenne debba adoperarsi per rendersi autonomo economicamente. Se questo potrebbe sembrare scontato, non lo è, tant’è che è dovuta intervenire la Corte di Cassazione per fare le dovute precisazioni. 

Cosa si intende con l’affermazione “rendersi autonomo economicamente”? Vuol dire che il figlio al termine del percorso di studi, è tenuto ad impegnarsi attivamente per trovare un’occupazione, tenendo conto delle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro e, se è il caso, anche ridimensionando le proprie aspirazioni.

Il nostro l’ordinamento giuridico è fondato sull’auto responsabilità, la stessa che disciplina i doveri del soggetto maggiore d’età, pertanto il figlio maggiorenne non può ostinarsi e indugiare nell’attesa di reperire il lavoro reputato consono alle sue aspettative e non gli è consentito fare affidamento sul supposto obbligo dei suoi genitori di adattarsi a svolgere qualsiasi attività pur di sostentarlo ad oltranza nella realizzazione (talvolta velleitaria) di desideri ed ambizioni personali.

Invece è il figlio che, se il mercato del lavoro non gli consente una collocazione consona al proprio percorso di studi od alle proprie aspirazioni,  deve adattarsi a quanto il mercato del lavoro offre, anche diversamente da quanto ambito, anche ridimensionando le aspirazioni.

Figli avvisati…

#bamboccioni #percorsodistudi #aspirazioni #ambizioni #mantenimento #figlimaggiorenni #genitori #occupazione 

I nonni sono obbligati a mantenere i nipoti?

Si!

Dall’ordinanza della Cassazione del 16 luglio cosi parrebbe. Ma andiamo con ordine, potrebbe non essere così come sembra. L’obbligo di mantenere i figli spetta ai genitori. Se uno di due non lo fa, cosa succede? Prima di tutto l’altro genitore può fargli causa per il mantenimento ed ottenere quanto spetta ai figli, se invece non può contribuire perché non può o non vuole, è l’altro genitore che si deve fare carico con tutto il suo patrimonio e tutta la propria capacità lavorativa. SOLO, e dico solo, nel caso in cui il genitore non riesce a mantenere i figli, può rivolgersi ai nonni, (cioè ai genitori) del genitore che non contribuisce. Ovviamente sono dei casi non molto frequenti, in quanto l’esperienza ci dice che normalmente i nonni sono molto generosi con i nipoti. Tuttavia possono esistere dei casi in cui è necessario doversi rivolgere al Tribunale per “costringere” i nonni a contribuire al mantenimento dei nipoti. Quello che ci interessa sapere è cosa dice il diritto, non cosa dice la coscienza. Effettivamente il diritto lo prevede, con le dovute limitazioni, in particolari condizioni, ma lo prevede, l’obbligo esiste.

Viva i nonni!!

Padre separato e visite ai figli in tempi di corona virus.

In questo particolare periodo storico, tutti i clienti di cui ho trattato le cause di separazione o divorzio, definite o in corso, mi hanno telefonato per sapere come comportarsi con le visite ai figli. Visto l’interesse di questo argomento facciamo un po’ di chiarezza.

Inizialmente non era prevista nessuna limitazione a vedere i figli, conviventi con l’altro genitore, secondo le condizioni stabilite nella separazione o divorzio. Era una delle eccezioni all’uscire di casa. Ciononostante fin da subito sono emersi problemi, soprattutto dopo la limitazione ad uscire dal Comune di residenza per andare in un altro Comune.

Tra i vari DPCM che si sono succeduti per adattarsi alla situazione così come si modificava, vige attualmente

“il divieto a tutte le persone fisiche di trasferirsi o spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un Comune diverso rispetto a quello in cui attualmente si trovano, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di assoluta urgenza ovvero per motivi di salute.

Ed e qui che sorge il problema della gestione delle visite ai figli del genitore non convivente.

Teniamo conto che il buon senso è quello che prevale sempre in queste situazioni, e ci si augura di arrivare a decisioni concordate che tengano conto delle varie situazioni in cui ogni famiglia si trova, purtroppo l’esperienza ci insegna che il buon senso viene molto spesso a mancare.

Sono intervenuti i vari Tribunali con decisioni tra di loro diverse, in base anche alla settimana in cui tali decisioni venivano adottate. 

I Tribunali di Bari, Lecce, hanno ammesso la sospensione delle visite ai figli, indicando però di favorire ed incrementare con i moderni strumenti, videochiamata, skype, la frequentazione con il genitore non collocatario.

Questo perché, i DPCM emanati, con limitazioni alla circolazione ed agli spostamenti, hanno l’importante scopo di contenere il contagio, ciò comporta un sacrificio da parte di tutti, minori compresi.

Queste decisioni, in realtà son in contrasto con quelle delle linee guida del Governo, sono però giustificati dal fatto che i diritti in gioco sono diversi, se da un lato c’è il diritto alla frequentazione del figlio, dall’altro c’è anche il dovere del genitore di tutelare la salute del figlio. I genitori vivendo separati hanno relazioni con persone diverse e quindi il rischio di contagio per il figlio aumenta. C’è poi anche il diritto alla salute pubblica riconosciuto dall’art 32 della Costituzione sulla cui base sono stati emanati i DPCM a tutela dei cittadini e per contenimento della pandemia.

In conclusione, il buon senso e una decisione condivisa, che tiene conto in via principale della salute dei figli, risolve il problema, senza necessità di rivolgersi ai Tribunali per far emettere decisioni, soprattutto in un periodo così modificabile da una settimana all’altra. Per il DPCM del 22.03.2020 clicca qui.

Arrivano le telecamere negli asili e case di cura

Siamo tutti al corrente dei terrificanti fatti di cronaca di questi ultimi anni, che hanno portato all’arresto di personale: maestre, infermieri incaricati di occuparsi dei soggetti più deboli della società. Quello che è accaduto non ha lasciato indifferenti i politici sensibili a questo tema. Si era sempre posto il problema della privacy dei dipendenti, finalmente si è giunti ad una conclusione: nel momento in cui un bambino piccolo o una persona anziana vengono affidate alle cure di soggetti pagati per farlo, la privacy passa in secondo piano. Più che logico! Di fronte ai maltrattamenti dei soggetti più deboli che non possono difendersi è necessario intervenire. In attesa dell’approvazione definitiva del cosiddetto “decreto sblocca cantieri” ci giunge la notizia che è stato approvato l’emendamento che prevede l’obbligo di installare sistemi di videosorveglianza negli asili e nelle case di cura. Sono previsti dei fondi che verranno assegnati ai Comuni per installare telecamere e apparecchi destinati alla conservazione delle immagini registrate negli asili, nelle case di cura e nelle strutture socio assistenziali che si occupano della cura e dell’assistenza di anziani, disabili e minori in situazione di disagio, convenzionate o non convenzionate con il Servizio sanitario nazionale, nonché quelle gestite direttamente dalle aziende sanitarie locali a carattere residenziale e semiresidenziale. Si dovranno dotare di un sistema di telecamere criptate a circuito chiuso, per garantire una maggiore tutela agli ospiti. Le registrazioni potranno essere visionate solo dalle Forze dell’ordine a seguito di formale denuncia. A completamento della tutela, è in esame anche il DDL n. 262, che ha come obiettivo quello di valutare e di monitorare, durante lo svolgimento dell’attività lavorativa, l’esistenza e il mantenimento delle qualità, requisiti e attitudini psico fisiche necessarie a svolgere le mansioni educative e di cura, garantendo il necessario supporto a coloro che non dovessero rivelarsi più idonei all’espletamento dell’incarico ricoperto fino a quel momento.

E con questo ci auguriamo di non sentire più parlare di queste brutte pagine di cronaca.

Assegno divorzile addio ”per sempre”?

Non c’è pace per l’assegno di mantenimento! Una delle cose meno tollerate dopo la fine di un matrimonio è quella del versamento di un assegno di mantenimento (divorzile) per il coniuge più debole. Dopo aver abbandonato il criterio del tenore di vita goduto durante il matrimonio, ci penserà ora la nuova legge, che se verrà approvata, porterà un’ulteriore colpo di scure sull’assegno di divorzio. Cosa cambia? Il Tribunale dovrà valutare, per concedere l’assegno di mantenimento, alcuni elementi, ad esempio: la durata del matrimonio; le condizioni personali ed economiche in cui i coniugi verranno a trovarsi dopo il divorzio; l’età e lo stato di salute di chi chiede l’assegno di mantenimento; il contributo personale ed economico dato da ciascuno dei coniugi alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive, anche in considerazione della mancanza di un’adeguata formazione professionale o di esperienza lavorativa, quale conseguenza dell’adempimento dei doveri coniugali nel corso della vita matrimoniale; l’impegno di cura di figli comuni.

Un’altra novità importante è data dalla fine della parola per sempre. La legge prevede che il giudice può decidere un assegno a tempo. Cosa significa, che nel caso in cui la capacità reddituale del coniuge che chiede l’assegno è dovuta a situazioni contingenti e superabili, il giudice ne fissa un termine. L’assegno inoltre non è dovuto in caso di nuove nozze, di unione civile o anche solo di stabile convivenza. E nel caso queste relazioni finissero l’assegno non rivive. Queste regole varranno anche per i procedimenti che sono in corso quando la legge entrerà in vigore. Attenzione quindi alle decisioni che prendete e seguite l’approvazione della legge!

Maltrattamento di animali domestici

Le persone che hanno animali in casa o anche fuori, di solito amano questi animali. Di solito! Purtroppo non sempre è così. E allora chi può tutelare questi animali?  E cosa si intende per maltrattamento? Ce lo dice la Cassazione che è intervenuta con una sentenza recentissima di aprile 2019, chiarendo che: non serve che la detenzione provochi una patologia all’animale, è sufficiente che ne provochi “un patimento”. Il caso che ha affrontato la Cassazione è quello di un asino a cui non venivano tagliate le unghie. Questa condotta del detentore, integra il reato di abbandono di animale. Non è stato sufficiente affermare da parte del detentore che l’animale era in buone condizioni, perché, non portare l’asino dal maniscalco, ha fatto sì che l’animale, a causa della crescita abnorme delle unghie, assumesse una postura scorretta con danni alla deambulazione. Questa condotta è punita non solo quando è chiara secondo il comune sentimento di pietà per la sua palese crudeltà, ma si riferisce a tutti i comportamenti che più semplicemente si esplicano in una condotta che incide sulla sensibilità psico-fisica dell’animale procurandogli patimenti. Gli esempi al riguardo si sprecano: lasciarli senza acqua, luce o cibo, trasportarli in furgoni di piccole dimensioni, stipati e senza aria. Non ci vuole una grande intelligenza per capire che queste condotte non sono consone a non provocare disagi o danni agli animali.

Per chi ama gli animali questo è scontato, per tutti gli altri, ricordatevi che gli animali non sono giocattoli. Chi vuole prendere un qualsiasi animale si assicuri prima di essere in grado di poterlo curate al meglio!!! Per la sentenza integrale clicca qui.

Smombies – Dipendenza da cellulare

Alzi la mano chi non ha mai camminato o attraversato la strada guardando il cellulare: controllando l’ultimo acceso su whatsapp, i seguaci su Twitter, …pericolosamente vicini ad un tombino, un palo della luce, un semaforo rosso.

Confesso l’ho fatto! E mentre lo facevo pensavo: prima o poi mi ammazzo. Ecco, sono caduta, massacrandomi le ginocchia. Dopo un primo momento di attenzione ho ripreso la cattiva abitudine.

Ci hanno dato un nome, ci chiamano Smombie: gli zombi con il cellulare in mano!

Pericolosi vaganti alla “walking dead”, all’ora di punta, su e giù per la metro, per i tram gli autobus, senza mai alzare la testa dal telefonino, ignari del mondo che ci circonda, destinatari di maledizioni di automobilisti e ciclisti, senza prestare alcuna attenzione alla propria vita o a quella degli altri.

Siccome questa non è solo una cattiva abitudine, ma un’attività pericolosa che potrebbe causare incidenti, per se stesi e per gli altri, si sta correndo ai ripari…dalla Corea del Sud (Paese in cui si registrano più incidenti causati dalla distrazione degli smombies) dove è stata rilasciata una app che blocca il telefono dopo 5 passi, alla città cinese di Xian che ha creato una corsie riservata ai dipendenti da smatphone. In Italia a Sassari sono state applicate sanzioni per chi cammina guardando il cellulare. Nel 2018 sono state 152 le multe ai pedoni distratti. La campagna di sensibilizzazione è iniziata dal rilievo che gli incidenti stradali sono aumentati e un alta percentuale dipende dalla distrazione al telefono. Lo stesso capita per gli investimenti aumentati dallo storico 15% al 21,7%.

Il prossimo passo sarà creare un cartello. Uguale a quello che si trova in montagna per evitare di investire le mucche che attraversano, così da evitare di uccidere gli smombies in città.

E tu? Se d’accordo, che scelta adotteresti?

Hai qualche aneddoto da raccontare, qualcosa che ti è capitato da smombie in giro? Dillo nei commenti sotto.